INTRODUZIONE A NOOMACHÌA. LEZIONE 9. IL LOGOS SERBO

23.10.2019

La penultima lezione [1] di questo corso sarà interamente dedicata al particolare Logos serbo.

Anzitutto, va chiarito un punto fondamentale: un Dasein serbo o orizzonte esistenziale serbo esiste di certo, poiché esiste un popolo serbo. Lo stesso non può dirsi per il Logos serbo né per la filosofia serba. Certo, esistono dei brillanti filosofi serbi, come pure ve ne sono in Russia, ma una compiuta filosofia serba non esiste ancora. Essa è sempre possibile, poiché esiste il Dasein serbo, ma questo non è stato ancora compiutamente messo nella forma del Logos, e farlo non è cosa facile, sebbene vi sia un terreno filosofico, storico, esistenziale propizio.

Possiamo comunque effettuare una breve analisi preliminare di cosa sia il Dasein serbo.

1. Orizzonte esistenziale serbo

Il primo episodio della sequenza istoriale serba ha inizio con l’arrivo del cosiddetto «Arconte sconosciuto» a Bisanzio dalla Serbia Bianca, localizzata da qualche parte nell’Europa nordorientale e, secondo una delle teorie, identificabile con la Lusazia o Sorabia abitata dai sorbi, una delle tribù polabe.

La terra di origine dei Serbi non è dunque corrispondente ai Balcani ma si trova più a nord. Allo stesso tempo, si pone la questione della patria originaria, dell’Urheimat degli Slavi, la quale è comunemente accettato fosse situata a nord dei Carpazi. Quest’ultima non costituisce la diretta terra d’origine serba, ma la patria originaria abitata dai protoslavi, che vivevano a nord dei Carpazi, nello spazio dell’attuale Ucraina orientale. A seguito dell’espansione slava, una parte degli slavi migrò a nord, sul Baltico, e tra questi vi erano gli Slavi Polabi, i quali dopo il V e VI secolo rappresentarono la popolazione dominante sulle coste baltiche. Si presume che i progenitori dei Serbi vadano rintracciati in una tra queste tribù polabe, nello specifico tra i Ljutici, i Bodrici e i Lusaziani. Gli avi dei Serbi pertanto vivevano a ovest rispetto alle altre tribù polabe. Da quel punto, successivamente, essi migrarono nei Balcani orientali, e questo territorio fu loro riconosciuto e garantito dall’impero bizantino, nel suo intento di difendere i confini dell’impero dagli Àvari.

Questa è in sintesi la storia convenzionale delle origini.

1. Tradizione sarmatica

Il territorio abitato dagli Slavi Polabi era denominato Sarmazia ed era dominato dalle tribù sarmatiche. Gli slavi erano dunque strettamente connessi con il popolo iranico nomade dei Sarmati, da cui discese sostanzialmente la classe dominante della società est-europea. Ritroviamo infatti tracce dei Sarmati alle radici dell’aristocrazia polacca e baltica. Quando studiamo il tipo di società degli Slavi Polabi, scopriamo che essi erano turanici nell’accezione che abbiamo dato a questo termine nelle precedenti lezioni. Nello specifico, essi presentavano un carattere fortemente bellicoso. Certo, conducevano attività agricole, ma l’agricoltura non era particolarmente sviluppata; la loro principale caratteristica era un’attitudine guerriera, unita ad uno spiccato senso di indipendenza che li rendeva intolleranti nei confronti di qualsiasi dominazione esterna. Essi parlavano una lingua slava, ma caratterizzata da molti elementi sarmatici. Non possiamo dire nulla di certo sull’equilibrio che si venne a creare tra aristocrazia sarmatica e popolazione slava, ma gli Slavi Polabi erano di tipo sarmatico, con un’importante presenza dell’aristocrazia guerriera di tipo turanico.

I primi Serbi che arrivarono nei Balcani erano portatori di questo spirito sarmatico e ciò ha influito sull’identità serba. Il peculiare carattere serbo si è formato a partire dal tipo sarmatico e polabico, ed è per questo che in origine i serbi erano considerati dei guerrieri. Quando essi invasero i Balcani, trovarono però una società preesistente: la società tracica caratterizzata dalla commistione tra la società indoeuropea trifunzionale e i resti del mondo agricolo preindoeuropeo appartenente alla Grande Madre. Sicché i primi serbi giunti nei Balcani assimilarono questo orizzonte esistenziale preesistente ed è con il completamento della slavizzazione delle popolazioni traciche (e probabilmente anche pre-traciche) che è infine emerso il particolare popolo serbo, un popolo che si differenziava dal popolo bulgaro o macedone proprio per questa spiccata attitudine guerriera, che risultava prevalente rispetto agli aspetti agricoli, aventi invece inizialmente un ruolo totalmente secondario. Abbiamo pertanto a che fare con una società prevalentemente aristocratica afferente alla tradizione iranica nomade e che aveva inglobato le precedenti popolazioni dei Balcani.

La tradizione guerriera di tipo sarmatico – una tradizione per inciso molto stabile nel tempo, che possiamo rintracciare finanche nel contesto del ventesimo secolo – costituisce un punto di partenza molto importante per studiare l’identità è la psicologia serba.

Un orizzonte esistenziale del genere ha reso però difficile la costruzione di uno Stato, poiché ogni famiglia aristocratica guerriera era restia a sottomettersi all’autorità di un’altra. Potremmo definire questo uno stato di «anarchia aristocratica», e anche questo ha costituito un tratto costante dell’orizzonte esistenziale serbo nel corso della storia.

2. L’influenza bizantina

Il successivo elemento che ha dato forma all’identità serba è stata l’influenza della cultura bizantina, dal momento che i serbi vivendo sotto la protezione di Bisanzio vennero cristianizzati, abbracciando il Cristianesimo nella sua forma orientale. Questo fattore – la tradizione bizantina ortodossa, che come abbiamo visto nelle precedenti lezioni non è riducibile unicamente al culto ma concerne ambiti politici, culturali e sociali – ha avuto una notevole influenza sulla cultura e l’identità della Serbia, e ha presentato una certa continuità nella sua storia, essendo chiaramente visibile dalla Serbia balcanica delle origini fino ai giorni nostri. La forma di Cristianesimo che abbracciano i serbi è però slavica – la cristianizzazione avviene nel contesto della Grande Moravia con i santi Cirillo e Metodio inviati dall’imperatore bizantino Michele III intorno all’863, i quali tradussero i testi sacri in antico slavo ecclesiastico, e ciò costituisce la più antica testimonianza della letteratura slava.

La Cristianità popolare slava, serba, è «inclusiva» nei confronti delle tradizioni precristiane, le integra in sé. Figure e festività sacre vengono inglobate e trasformate. Figure come San Giorgio, il profeta Elia, San Nicola, hanno rappresentato nuovi nomi, nuovi archetipi per figure principalmente patriarcali appartenenti alla tradizione precristiana indoeuropea. Sicché, per comprendere le tradizioni precristiane serbe, occorre analizzare le tradizioni cristiane serbe; una corretta e approfondita analisi di figure e festività cristiane serbe può dirci molto di più ad esempio di una ricostruzione artificiale postmoderna del paganesimo, proprio a causa all’inclusività della Cristianità serba.

Ma cosa nello specifico è stato incluso? Abbiamo già parlato del livello corrispondente alla tradizione indoeuropea patriarcale legato all’orizzonte esistenziale pre-serbo tracico, rinforzato dalla discesa dei primi serbi portatori della medesima struttura verticale – struttura peraltro simile a quella che i serbi incontrano entrando in contatto con la tradizione greco-bizantina. Serbia precristiana, Tracia, Bisanzio, costituiscono una sorta di livello indoeuropeo. Ma accanto ad esso, vi è un altro livello costituito dalla tradizione paleo-europea, dall’orizzonte preindoeuropeo che qui è estremamente potente – essendo i Balcani la terra madre della civiltà matriarcale –, molto più che nel nord Europa, nella Serbia Bianca, dove sono presenti meno elementi di tipo matriarcale, provenienti soprattutto dalla cultura di Cucuteni-Trypillian. L’identità serba di recente creazione ha dunque integrato anche una dimensione matriarcale. Non possiamo dire con certezza quanto profonda quest’influenza matriarcale sia stata, ma essa vi è stata di certo e si è riflessa in alcune tradizioni contadine, in certe pratiche femminili di lavorazione della terra, in storie e canti folkloristici, e così via, che dobbiamo identificare con maggior precisione se vogliamo avere un’immagine concreta del livello più profondo dell’identità serba.

Questa che abbiamo appena effettuato costituisce un’analisi preliminare del Dasein serbo.

3. La dinastia medievale dei Nemanjić

Questo Dasein si rinnova, potremmo dire, con la dinastia Nemanjić. I serbi vengono cristianizzati e integrati nella società cristiana, come abbiamo poc’anzi accennato, tramite la dominazione bizantina ma ciò avviene nel contesto slavo, il quale si sviluppa pienamente con la dinastia Nemanjić.

Con i Nemanjić nell’XI secolo viene creato il Regno di Serbia, un regno nel solco bizantino – basato dunque sulla «sinfonia dei poteri», l’alleanza tra Imperatore e Patriarca – ma che riproduce allo stesso tempo il modello bulgaro – i bulgari sono stati i primi ad affermare un regno slavo e una specifica e autonoma chiesa. La Grande Moravia, entrata in declino all’inizio dell’VIII secolo, era ormai caduta, e il tempo della Russia non era ancora giunto; così, i due pretendenti alla creazione di una qualche indipendente Cristianità slava in senso bizantino erano gli imperi bulgari (primo e secondo) e il Regno di Serbia, con i Nemanjić e san Sava. La creazione del Regno di Serbia e del Patriarcato serbo di Peć ha rappresentato l’accettazione della missione catecontica da parte dei serbi. La prima rivendicazione ad essere Catéchon è dei bulgari, con la costituzione del Primo Impero Bulgaro; dopo costoro, sono i Nemanjić a rivendicarlo con la costituzione dello Stato serbo, atta a ereditare il patrimonio bizantino e a trasferire la missione universale del Catéchon dell’Impero bizantino, la missione ortodossa bizantina, al mondo slavo. Con i Nemanjić vi è l’ascesa della tradizione catecontica serba basata sulla sinfonia tra il Re di Serbia e il Patriarca serbo. Ciò ha influito sull’identità serba in tutto il periodo successivo.

Con l’elevazione di san Sava sul soglio vescovile, venne a formarsi la Chiesa ortodossa serba distaccandosi da quella bulgara. Fece così il suo ingresso in Serbia la tradizione monacale legata al Monte Athos e tutta la tradizione metafisica dell’ortodossia mistica spirituale di cui san Sava era il latore venne posta al centro dell’«illuminazione serba» – San Sava è stato il fondatore dell’autocefala Chiesa ortodossa serba e per questo motivo è detto «ὁ φωστὴρ τῆς Σερβίας» (l’illuminatore della Serbia). Parallelamente, venne a costituirsi il Regno di Serbia, già sotto i Nemanjić considerato un proto-impero che faceva sua la missione catecontica universale del Re e poi dello Zar e, per estensione, del popolo – Zar, Chiesa e popolo formano un’unità catecontica. La Chiesa ortodossa serba e il concetto di sacro Regno di Serbia come Catéchon rappresentano l’organizzazione della prima e oserei dire più grande forma di Logos serbo. Con i Nemanjić, san Sava, il Patriarcato di Peć, viene fondato il Logos Serbo. Questo periodo è stato il punto più alto della storia di Serbia. Nel Regno dei Nemanjić, nella tradizione religiosa con San Sava, nel popolo serbo come popolo catecontico con la missione di lottare contro le tenebre insieme allo Zar, al Re, il Dasein immanente serbo erige il proprio Logos. Niente di comparabile a ciò esiste nella storia serba.

I serbi essenzialmente sono portatori di questo Logos serbo formatosi e manifestatosi esplicitamente sin dall’inizio della dinastia Nemanjić. La reclamazione di serbi e bulgari della missione escatologica nella «guerra della luce» contro le forze delle tenebre, la rivendicazione cioè ad essere popoli slavi catecontici con la creazione di sistemi politici fondati su questa concezione ma indipendenti da Bisanzio, rappresentano la prefigurazione di qualcosa che poi si è ripetuto nella Grande Russia, nella Terza Roma.

Il culmine di questo processo si raggiunge nel XIV secolo con l’Impero serbo (1346-1371) fondato da Dušan il Forte. L’Imperatore Dušan il Forte raddoppiò l’estensione del suo precedente regno arrivando a controllare sostanzialmente l’intero territorio dei Balcani e la maggior parte della Greca, incluso il Monte Athos. E sebbene il suo impero non sia durato a lungo, è durante l’epoca di Dušan il Forte che si realizza concretamente questa tradizione messianica. Sotto Dušan il Forte lo sviluppo del Logos serbo iniziato con la dinastia Nemanjić raggiunge il suo apice. Il Logos serbo, formatosi dal punto di vista intellettuale, spirituale e religioso all’inizio della dinastia Nemanjić, raggiunge la sua piena manifestazione al tempo di Dušan il Forte.

In sostanza, quello della dinastia Nemanjić è il periodo in cui nasce, si sviluppa e arriva alla sua maturazione il Logos serbo. I veri serbi vivono in questo periodo. Essere serbo significa appartenere agli archetipi sviluppati in questo periodo, allo stesso modo in cui per noi russi essere davvero russi significa appartenere al periodo di Ivan il Terribile, che ha rappresentato l’apice del nostro sviluppo storico, spirituale, politico e culturale.

Se si volesse collocare nel tempo e nello spazio il Logos serbo, si potrebbe dunque affermare che esso sia sorto nei territori costituenti il Regno di Serbia e poi dell’Impero serbo durante la dinastia Nemanjić. Tutto ciò che è esistito prima dei Nemanjić ha rappresentato una sorta di introduzione, di prolegomeno al Logos serbo. Tutto ciò che è esistito dopo Dušan il Forte ne ha costituito una continuazione, una sorta di eco in cui è risuonato.

Dopo Dušan il Forte, assistiamo ad un rapido declino, parallelamente alla crescita dell’Impero ottomano. Il successivo punto di snodo nella storia serba è la Battaglia della Piana dei Merli tra l’esercito cristiano capeggiato dal Re Lazzaro Hrebeljanović e l’esercito ottomano guidato dal sultano Murad I, dove sarà deciso il futuro del Catéchon. Vi è una canzone in merito a questa battaglia che è rivelatrice. Re Lazzaro si trova a scegliere tra un regno terreno e un regno celeste. La canzone recita così:

«Quale regno debbo mai scegliere?
Debbo scegliere un regno celeste?
Debbo scegliere un regno terreno?
Se scelgo un regno terreno,
Un regno terreno dura solo un tempo breve,
Un regno celeste invece durerà per secoli e in eterno.» [2]

In entrambi i casi, il re e l’esercito serbo dovranno lottare e difendere il Logos serbo. Scegliere il regno celeste comporta perdere la battaglia terrena ma vincere la guerra della luce. Al contrario, scegliere il regno terreno significa vincere la battaglia terrena ma perdere la guerra della luce. In ciò possiamo vedere un riflesso della tradizione iranica. Nel ciclo iranico l’esercito della luce è debole, in un certo senso limitato, perché non può tradire la sua natura sacra accettando le armi delle tenebre; per contro Satana non ha regole, può facilmente travalicare i limiti, la sua è una forza titanica caratterizzata da hybris, mancanza di limiti. L’esercito della luce ha invece i suoi limiti e non può vincere ad ogni costo; esso deve rimanere con Cristo fino alla fine. Così, vi è un tempo nel ciclo iranico in cui l’esercito della luce dovrà soccombere dinanzi alle soverchianti forze oscure e questo è prodromico alla vittoria finale della luce. Analogamente, Re Lazzaro sceglierà il regno celeste: egli accetterà di andare a combattere contro gli ottomani e accetterà la sconfitta terrena, il sacrificio di sé e del suo popolo per il regno celeste.

Quella di Re Lazzaro è una decisione dell’eroe della luce e rappresenta la «trascendentizzazione» del Regno e dell’Impero dei Nemanjić; viene conferita una dimensione post-umana, post mortem, al Logos serbo.

La battaglia fu catastrofica. La Serbia perse gran parte della sua élite politica e militare e, dopo diverse altre battaglie minori, con l’annessione del Regno di Serbia da parte degli ottomani, la sua indipendenza. Ma in un certo senso la battaglia della Piana dei Merli ha rappresentato al contempo una grande vittoria, in cui si riflette pienamente la tradizionale etica sarmatica: cadere in battaglia al fine di diventare immortale, morire al fine di vincere. La principale lezione di questa battaglia è che è preferibile essere sconfitti con Cristo che vincere con Satana. E quando leggiamo la canzone di questa battaglia, vediamo la glorificazione non solo dell’umiltà ma anche del grande coraggio dei serbi. Essi hanno combattuto fino alla fine, distrutto tutto ciò che hanno potuto, incluso il capo dell’esercito ottomano. La decisione presa da Re Lazzaro è stata una scelta del tutto cristiana, sarmatica, indoeuropea, il compimento della missione catecontica. La battaglia della Piana dei Merli è stata eroica. Essa ha rappresentato la lotta contro l’Anticristo, conclusasi con l’«assunzione» della Serbia stessa, dalla Serbia terrena alla Serbia celeste, e con la sconfitta terrena dinanzi all’Anticristo. Dopodiché, è giunto l’Inferno.

4. L’Impero ottomano

Il successivo periodo della storia serba può dunque essere definito infernale nel vero senso della parola. L’essenza di questo periodo è stata la preservazione dell’identità serba agli inferi. I serbi non hanno tradito la loro identità convertendosi all’Islam, accettando il dominio della potenza ottomana dominante, ma hanno conservato soffrendo la loro profonda identità cristiana, ortodossa, slavica forgiatasi durante la dinastia Nemanjić.

La storia serba successiva alla sconfitta di Re Lazzaro è una storia di una estrema sofferenza in un inferno storico durato secoli. Ma il punto fondamentale è che questa drammatica sofferenza non è stata priva di senso. Al contrario, essa ha rappresentato un’altra prova divina, un nuovo test escatologico per il popolo serbo che ha posto le basi per la susseguente rinascita. È stato un processo di morte volto alla resurrezione del Logos serbo.

5. Il periodo dell’indipendenza

Il successivo momento nella storia serba è precisamente quello in cui si presenta l’opportunità di liberazione del popolo serbo dal giogo ottomano. Ciò ha costituito una nuova sfida per il Logos serbo.

Una parte della tradizione serba arcaica che era imperiale, monarchica, ortodossa, che conservava gli elementi del vero e profondo Logos serbo ed era in diretta connessione con lo stesso Dasein serbo, ha continuato ad essere presente fino alla fine del dominio ottomano e ha costituito una grande fonte di ispirazione per personaggi come Karađorđe Petrović e Miloš Obrenović, a capo rispettivamente della prima e della seconda rivolta serba contro i turchi. Precisamente in costoro si è manifestato questo spirito, volto alla restaurazione del Regno di Serbia, della Grande Serbia seguendo l’esempio dei Nemanjić, affinché il Logos serbo potesse risorgere dopo il drammatico periodo di sofferenza sotto gli ottomani.

L’insurrezione del popolo serbo contro la dominazione ottomana iniziò nel 1804 con la prima rivolta serba (1804-1813) e si concluse nel 1817 con la liberazione della Serbia centrale al termine della seconda rivolta serba (1815-1817). Questi eventi si svilupparono però in un’epoca particolare: l’Era Moderna, dominata come abbiamo visto nella precedente lezione dal Logos di Cibele. In Occidente era già pienamente dominante la moderna visione del mondo e in essa non vi era posto per un tipo di Logos apollineo come quello serbo, caratterizzato dai valori della tradizione cristiana ortodossa, dai valori eroici guerrieri, dalle idee di impero, Czar, e così via. Tutto ciò era stato già discreditato e distrutto in Occidente. Ciò avrà delle conseguenze anche in Serbia, come vedremo ora.

Le potenze occidentali, nel tentativo di usare a proprio vantaggio questa volontà del popolo serbo di restaurare la propria identità al fine di distruggere l’Impero ottomano – che era a sua volta di tipo tradizionale – oltreché l’Impero austriaco e di bloccare l’espansione russa nei Balcani, organizzarono strutture massoniche in Serbia ed educarono i nazionalisti serbi allo spirito repubblicano. In sostanza, cercarono di penetrare in questo processo di liberazione al fine di affermare la loro visione moderna – nazionalista (terza teoria politica), liberale (prima teoria politica), e poi con Tito socialista (seconda teoria politica). Tutto ciò ha costituito una rete che ha velato, soffocato l’identità serba, deviandone le energie, impedendo il risveglio catecontico.

Sono diversi i Logoi che hanno preso parte al processo di liberazione serbo. Oltre alla profonda identità catecontica risalente alla dinastia Nemanjić, al puro Logos serbo, e alle influenze di un Logos russo ortodosso molto affine a quello serbo, con lo stesso tipo di opposizione all’Occidente, abbiamo appena visto come vi fossero influenze provenienti dall’Europa occidentale. Questa commistione, questo sostrato culturale alla base del processo di liberazione serbo, ha generato un fenomeno che io chiamo «archeomodernismo». Mentre in Europa occidentale Modernità e Tradizione sono mutualmente escludentisi, e durante la storia recente osserviamo una crescita di elementi moderni accompagnata da un progressivo declino della Tradizione, nell’archeomodernismo Tradizione e Modernità, arcaismo e modernismo, coesistono in un modo davvero malato e perverso. Ciò ha dato luogo ad una società del tutto schizofrenica; qualcosa di simile a ciò che successe in Russia dopo Pietro il Grande.

Dopo la fine dell’Impero ottomano, troviamo un Logos serbo archeomoderno, schizofrenico, dove le legittime rivendicazioni a ripristinare il Logos serbo sono mescolate ad un paradigma modernista – repubblicano, liberale, socialista o nazionalista. La coesistenza di questi due Logoi – il Logos cibeliano della Modernità e il Logos apollin-dionisiaco dell’identità serba forgiatasi sotto i Nemanjić – ha dato luogo ad una contraddizione noologica che ha prodotto una società archeomodernista malata.

La differenza tra la società occidentale e quella archeomodernista è precisamente questa: mentre in Europa la Modernità fa il suo ingresso nella società seguendo una logica aristotelica, per cui se un ambito presenta qualcosa di moderno non può al contempo contenere elementi tradizionali – o Tradizione o Modernità o monarchia o repubblica, o Chiesa o ateismo, ecc. –, nella società archeomodernista al contrario ateismo e Chiesa, repubblica e regno, Tradizione e Modernità coesistono in un modo davvero perverso, creando una doppia lettura interpretativa. Tutto è duplice, ogni cosa viene interpretata al contempo secondo due prospettive contraddittorie. Si tratta di una vera e propria patologia bipolare. È ciò che abbiamo chiamato seguendo Gilbert Durand il «notturno mistico». Un atteggiamento schizofrenico. Mentre in Europa occidentale vi è una chiara personalità – o accetti la Modernità o accetti la Tradizione – la società serba (e anche russa) presenta una personalità divisa, che le accetta entrambe – sia il Logos serbo che il Logos moderno nella forma del liberalismo, del nazionalismo o del comunismo. E ciò, senza averne la consapevolezza. Questo è un punto importante. Non si tratta di una menzogna intenzionale ma inconsapevole – se nella menzogna intenzionale conosciamo la verità ma la celiamo, nella menzogna inconsapevole non consociamo la verità, non riusciamo a scorgerla, né ci interessa saperla.

Questo è l’archeomodernismo, ed è mia convinzione che, alla fine dell’Impero ottomano e all’inizio dell’indipendenza della Serbia moderna, abbia avuto luogo precisamente questa commistione malata – tra cetnici e comunisti, tra liberali e tradizionalisti ortodossi, e così via.

6. La Jugoslavia

Alla fine della prima guerra mondiale, per la precisione il primo dicembre 1918, fu fondato il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni. Nel 1929, con un colpo di Stato, il re Alessandro I avocò a sé tutti i poteri e cambiò il nome del Paese in Regno di Jugoslavia. La Jugoslavia presentava due letture contraddittorie; la maggior parte dei serbi vi videro la restaurazione della Grande Serbia, ma allo stesso tempo essa presentava una ideologia modernista e dominavano in essa elementi borghesi, materialistici, commerciali, egoistici in senso liberale o nazionalistico – qui è visibile pienamente la commistione archeomodernista che caratterizzava la società jugoslava. E ogni polo, ogni componente della Jugoslavia aveva una sua lettura della situazione – per i serbi essa rappresentava una vittoria, verosimilmente per i cetnici radicali rappresentava il ritorno alla Rus, il compimento della missione catecontica, mentre per altri ha rappresentato semplicemente una convenzionale confederazione multi-nazionale organizzata per ragioni puramente pragmatiche o materialistiche legate agli interessi della borghesia.

Il Regno di Jugoslavia termina sostanzialmente con l’occupazione da parte della Wehrmacht nel 1941. A Belgrado si insediò un governo filonazista che amministrava un territorio limitato quasi alla sola Serbia, e che fu osteggiato sia dai cetnici che dai partigiani di Tito. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il futuro della Jugoslavia si decise nella lotta tra queste due fazioni – cetnici monarchisti e partigiani comunisti. L’esito fu favorevole ai secondi. Con la sconfitta del regime nazista da parte dei sovietici e l’avanzata dell’Armata Rossa, la seconda teoria politica (comunismo) divenne dominante in tutta l’Europa orientale e anche in Jugoslavia. La nuova Jugoslavia del dopoguerra, formalmente Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, si è basata precisamente sulla seconda teoria politica ma con un marxismo del tutto singolare adattato al concreto sviluppo della società rurale serba caratterizzata da tradizioni arcaiche e con città parzialmente modernizzate. Ciò ha rappresentato un nuovo tipo di archeomodernismo, dominato dalle tendenze cibeliane della seconda teoria politica e dove la forma ortodossa del Logos serbo era proibita – i dissidenti cetnici vennero considerati controrivoluzionari e perseguitati.

Ma quando la seconda teoria politica ha iniziato a vacillare in Unione Sovietica, ciò si è ripercosso in Jugoslavia e con Milošević è riapparsa la lettura serba della Jugoslavia. Si è trattato di una reazione nazionalistica dai contorni filosofici poco chiari ma intuitivamente ha rappresentato la lotta serba – l’ultimo grande esempio di lotta serba – per l’interpretazione catecontica dello stato serbo. Con Milošević i serbi sono tornati a considerare la Jugoslavia inconsciamente come un’entità catecontica, sebbene anche la sua sia una versione archeomodernista del Logos serbo. Purtuttavia essa è stata battuta.

In questa sconfitta vi è però qualcosa di positivo. La guerra del Kosovo è stata una battaglia per la luce, e ogni eroe serbo che ha dato la sua vita per difendere la Jugoslavia si è sacrificato per la causa di questo Logos solare, per la sua profonda missione catecontica. Essi hanno investito il sangue e la vita in questa identità serba e ciò non può svanire senza lasciar tracce. La guerra del Kosovo è stata la continuazione del modo serbo di stare al mondo, di fare la storia, e ha gettato le basi per la futura resurrezione, per un reale escatologico catecontico futuro serbo.

7. Epilogo

Qual è lo stato attuale del Logos serbo? Dove si trova oggi? Esso è qui, nel popolo serbo, nell’identità serba, nello spazio serbo, nella cultura serba.

Il Logos serbo ha ricevuto una sconfitta. Una sconfitta che va prima di tutto compresa, interpretata correttamente prima di spingersi oltre nella storia serba. Oggi il problema che ci troviamo ad affrontare con il Logos serbo è sostanzialmente lo stesso che abbiamo con altre forme di Logos apollineo e apollin-dionisiaco. Ha avuto e sta avendo luogo una vasta battaglia su scala planetaria, un conflitto globale che vede tutti o quasi perdenti – forse con le eccezioni di Russia, Siria, Iran che sembrano continuare a resistere. Ma le forze dominanti, quelle stesse forze che hanno sopraffatto la Serbia, non sono semplicemente costituite dalle potenze occidentali o dagli Stati Uniti. Rappresentano qualcosa di più profondo. E tuttavia, in questa situazione di estrema difficoltà, non dovremmo agire con disperazione, poiché il ritorno di Cibele, della Grande Madre a cui queste forze oscure fanno capo, è paragonabile alla venuta dell’Anticristo o alla liberazione di Satana dagli abissi, e ciò è stato pianificato. Dio ha lasciato che succedesse perché ciò rappresenta verosimilmente la prova finale per noi.

Questo è dunque il momento di coltivare il Logos serbo. Voi serbi avete avuto due possibilità di recente: la creazione della prima Jugoslavia e il risveglio nazionalista di Milošević. Entrambe sono state perse, ma è probabile che dinanzi a voi ve ne sia un’altra. Finché ci sarà una tradizione viva, finché ci sarà un Dasein serbo vivo, ci sarà sempre la possibilità di difendere la pura forma del Logos serbo contro questi attacchi e nulla sarà ancora perduto.

Possiamo dire che la Serbia di oggi rappresenti un simulacro della vera Serbia. Un simulacro archeomodernista, in parte arcaico e in parte perverso, caricaturale. Pertanto, anzitutto dobbiamo risolvere questo problema restaurando l’autenticità serba, il puro Stato che si nasconde dietro il simulacro, estraendone il grano di verità. Ad oggi vi è uno Stato serbo, che è già qualcosa; forse un po’ goffo, nondimeno esso esiste, e va visto come un’opportunità. Certo, di per sé non è una risposta. Ma la sua esistenza rappresenta un valore positivo. Il popolo serbo, la tradizione serba, la cultura serba, il retaggio serbo, lo Stato serbo, la Chiesa serba. Tutto ciò ad oggi esiste e non è poco.

La battaglia che ci attende è una battaglia spirituale. Gli aspetti materiali sono secondari in questo conflitto. Non si tratta di uno confronto nucleare, in cui conta la massa materiale degli armamenti. È una battaglia per l’umano stesso che oggi sta diventando inumano. Una lotta che avviene anzitutto al nostro interno, dacché il Logos è dentro di noi. Non è qualcosa che ci viene imposto da fuori. Il Logos vive dentro di noi e agisce attraverso di noi.

Penso che il popolo serbo sia stato scelto per preservare questa identità fino alla Fine dei Tempi. E per riemergere negli ultimi istanti della storia prendendo parte all’ultima, generale, universale «battaglia del Kosovo» dalla parte di Dio, di Cristo, del Logos di Apollo, al fine di edificare l’impero universale della luce, di Cristo, la cui prefigurazione è il Regno dei Nemanjić e di Dušan il Forte.

[1] Di seguito, l’indice di tutte le lezioni precedenti del corso introduttivo alla Noomachìa:
• Lezione 1. Noologia https://www.geopolitica.ru/it/article/introduzione-noomachia-lezione-1-n...
• Lezione 2. Geosofia https://www.geopolitica.ru/it/article/introduzione-noomachia-lezione-2-g...
• Lezione 3. Il Logos della civiltà indoeuropea https://www.geopolitica.ru/it/article/introduzione-noomachia-lezione-3-i...
• Lezione 4. Il Logos di Cibele https://www.geopolitica.ru/it/article/il-logos-di-cibele
• Lezione 5. Il Logos di Dioniso https://www.geopolitica.ru/it/article/introduzione-noomachia-lezione-5-i...
• Lezione 6. La civiltà europea https://www.geopolitica.ru/it/article/introduzione-noomachia-lezione-6-l...
• Lezione 7. Il Logos cristiano https://www.geopolitica.ru/it/article/introduzione-noomachia-lezione-7-i...
• Lezione 8. Analisi noologica della Modernità https://www.geopolitica.ru/it/article/introduzione-noomachia-lezione-8-a...

[2] Cfr. Rebecca West, La vecchia Serbia. Viaggio in Iugoslavia, EDT, 2000, pp. 89-90. [NdT]

Trascrizione e traduzione a cura di Donato Mancuso.