MODERNIZZAZIONE SENZA OCCIDENTALIZZAZIONE (VERSIONE RUSSA)

27.11.2019

La Terza Posizione

Nel famoso saggio di Samuel Huntington in cui si descrive l'imminente "scontro di civiltà", Huntington cita una formula molto importante: "modernizzazione senza occidentalizzazione". Questa formula descrive il rapporto con le problematiche di sviluppo socio-economico e tecnologico vissute da alcuni paesi (di regola, quelli del Terzo Mondo) che, pur comprendendo la necessità oggettiva dello sviluppo e del miglioramento dei meccanismi politici ed economici dei loro sistemi sociali, rifiutano di seguire ciecamente l'Occidente, cercando invece di mettere parte della tecnologia occidentale - separata dal suo contenuto ideologico - al servizio dei propri sistemi tradizionali di valori e caratteri nazionali, religiosi e politici. Molti rappresentanti delle élite dell'Est, dopo aver ricevuto un'istruzione superiore occidentale, tornano nei loro paesi d'origine con importanti conoscenze tecniche e metodologie che poi utilizzano per rafforzare i propri sistemi nazionali. Così, invece del riavvicinamento tra civiltà auspicato dagli ottimisti liberali, ciò che ne consegue è l'armamento di certi regimi "arcaici", "tradizionali", con nuove tecnologie che rendono il confronto tra civiltà ancora più aspro.

A questa acuta analisi si può aggiungere la considerazione che la maggior parte degli intellettuali "occidentalizzati" di spicco, delle figure culturali e degli individui creativi erano e sono in gran parte anticonformisti, persone "dell'Est" orientate verso un approccio antisistema che nello studio dei grandi autori dell'Occidente rafforzano le proprie posizioni critiche. Un esempio caratteristico di tale percorso è quello di Ali Shariati, il principale teorico della rivoluzione iraniana. Shariati studiò a Parigi, padroneggiò Heidegger e Guénon e diversi autori neomarxisti, e gradualmente giunse alla convinzione che era necessaria una sintesi conservatrice-rivoluzionaria tra sciismo rivoluzionario, islam mistico, socialismo ed esistenzialismo. Shariati riuscì allora a condurre sulla strada della rivoluzione l'élite intellettuale iraniana e i giovani che diversamente avrebbero difficilmente riconosciuto i loro ideali nel cupo tradizionalismo dei mullah. Questo esempio è particolarmente importante perché si tratta di una rivoluzione di successo che si è conclusa con la completa vittoria di un regime antimondialista, antioccidentale e conservatore-rivoluzionario.

La stessa strada è stata percorsa dagli slavofili russi, i quali hanno mutuato vari modelli dai filosofi tedeschi (Herder, Fichte, Hegel) che sarebbero venuti a costituire la base della loro concezione puramente nazionale russa. Questo è anche il metodo dei neo-eurasisti russi contemporanei che elaborano creativamente le dottrine anticonformiste della "Nuova destra" e della "Nuova sinistra" europea nell'interesse della Russia.

L'Autarchia dei Grandi spazi

Dare corpo ai concetti di "modernizzazione" e "occidentalizzazione" è di enorme importanza. Dopo tutto, l'Occidente sta facendo tutto il possibile affinché entrambi i termini siano percepiti come sinonimi nella coscienza di massa. Secondo questa logica, il cambiamento e le riforme risultano possibili solo se sono orientati verso l'Occidente e copiano i modelli occidentali. L'alternativa viene presentata come "stagnazione", "arcaismo", "conservatorismo", inefficienza e mancanza di dinamismo. Così, l'Occidente raggiunge il suo obiettivo civilizzazionale imponendo al resto del mondo i limiti, le leggi e i criteri da esso stabiliti. Tale particolarismo ed egoismo del liberalismo nei confronti di coloro ai quali il liberalismo stesso viene presentato come "alternativa progressista" è stato brillantemente descritto dal geniale teorico dell'economia Friedrich List. Nelle sue opere, List ha mostrato che i paesi che da tempo hanno intrapreso la strada dell'economia di mercato e del liberalismo beneficiano inevitabilmente dell'imposizione di un modello simile ai paesi che utilizzano modelli alternativi. Come si vede, gli "equi" termini del "libero scambio" portano infatti all'ulteriore arricchimento dei paesi sviluppati e all'impoverimento di quelli che hanno cercato di seguire la via del mercato. I paesi ricchi, in questo caso, diventano più ricchi mentre quelli poveri diventano più poveri. Di conseguenza, afferma List, i paesi tradizionalmente liberali (e specialmente quelli anglosassoni) traggono un indebito vantaggio dall'imporre il proprio modello a tutti gli altri, in quanto ciò garantisce loro l'ottenimento di un colossale profitto economico e politico.

Ma qual è la via d'uscita per quei paesi non liberali che, a causa di circostanze oggettive, si trovano di fronte a concorrenti liberali efficaci e aggressivi? Questo problema era particolarmente sentito nella Germania nel XIX secolo, proprio quel paese che Friedrich List era stato chiamato ad aiutare. La sua risposta è stata la teoria dell'"autarchia dei grandi spazi" che è un sinonimo economico per "modernizzazione senza occidentalizzazione". Va notato come le idee di List siano state applicate con enorme successo da politici assai diversi come Walther Rathenau, il conte Witte e Vladimir Lenin.

Il concetto di "autarchia dei grandi spazi" implica che gli Stati non mercatisti che si trovano in condizioni di dura concorrenza con quelli mercatisti debbano elaborare un modello di sviluppo autonomo che riproduca parzialmente gli sviluppi tecnologici dei sistemi liberali ma nel quadro fortemente ristretto di una "unione doganale" su larga scala. In questo caso, la "libertà di commercio" è limitata alla cornice di un blocco strategico di Stati che combinano i loro sforzi politici ed economico-amministrativi al fine di intensificare rapidamente le loro dinamiche economiche. Rispetto ai paesi liberali più sviluppati, invece, si erge una barriera doganale protettiva basata sui principi di un rigoroso protezionismo. In questo modo si ampliano al massimo le possibilità di espansione delle più recenti tecnologie economiche, mentre, d'altra parte, il tutto è accompagnato da una sostanziale sovranità politica ed economica.

Indubbiamente, un simile approccio desta grande disappunto presso i liberali degli Stati mercatisti sviluppati, in quanto smaschera la loro strategia, rivela le loro velleità aggressive e contrasta efficacemente la loro ingerenza geopolitica e, in definitiva, il loro controllo esterno su quegli Stati che i liberali cercano di trasformare in colonie economiche e politiche.

Modernizzazione e Sovranità

Si noti che la tesi della "modernizzazione senza occidentalizzazione" è essa stessa un'arma concettuale, la cui affermazione è estremamente sgradita ai rappresentanti dell'Occidente. Per l'Occidente, la cosa più importante è instillare nell'opinione pubblica uno schema dualistico che vede riformisti e sostenitori del cambiamento da un lato e conservatori, pervicaci sostenitori del passato, dall'altro. Finché questa formula viene riproposta in questo modo, il sostegno ai "riformatori occidentalisti" sarà assicurato. Ma è sufficiente introdurre un terzo elemento in questa formula per rendere il quadro molto più interessante. Accanto ai "modernisti occidentalisti" e agli "antimodernisti antioccidentali", il cui confronto condurrà sempre, prima o poi, alla vittoria dei "riformatori" che si suppone incarnino il "futuro", ecco emergere i "modernisti antioccidentali" o "rivoluzionari conservatori". Il fatto stesso di una forza come quella di una piattaforma indipendente, di un blocco ideologico, di un modello economico e di un fronte culturale amplifica notevolmente le proporzioni di un confronto politico altrimenti banale. I "modernisti antioccidentali" sostengono riforme radicali, cambiamenti rivoluzionari dei modelli economici, la dirompente rotazione delle élite nelle sfere vitali del governo e la modernizzazione su larga scala di tutti gli ambiti della vita. Ma, a tale riguardo, la completa conservazione della sovranità geopolitica, economica e culturale, il ritorno alle proprie radici e il sostegno all'identità rimangono una condizione imprescindibile e non negoziabile. Per loro, entrambe le condizioni – "modernizzazione" e "sovranità" – rimangono imperativi assoluti che non devono in nessun caso essere pregiudicati.

In effetti, anche nel mondo moderno vediamo varie sacche di civiltà in cui i singoli popoli e paesi continuano ad adoperarsi per preservare la propria identità nonostante tutte le considerazioni di opportunità politica o di efficienza economica. La Serbia, l'Iraq, l'Iran, il Sudan, la Corea del Nord, la Libia e Cuba ne sono esempi. Nonostante possiedano condizioni insufficienti per competere con l'autarchia, questi regimi sostengono i costi di enormi sacrifici per difendere la loro identità e optano per una contrapposizione diretta ed estremamente "costosa" con l'Occidente rifiutando il suo diktat. Gli svantaggi di una negata autonomia potrebbero essere facilmente superati nel caso di una formazione tanto grande quanto la Russia, insieme ad alcuni paesi amici della CSI e ad alcuni Stati dell'"Estero Lontano".

È una questione che riguarda solo la volontà e la determinazione politica. Faccio un esempio: nella Republika Srpska in Bosnia, quando ho chiesto cosa impedisse il raggiungimento di una tregua in un'area specifica, ho ricevuto una risposta sorprendente da un miliziano volontario: "Quella montagna, quella piccola montagna, è famosa nei racconti serbi del Medioevo. Ora è nelle mani dei nemici. Non vi è nulla su di essa – nessun punto strategico, nessun minerale utile, nessuna attività industriale – è solo un pezzo di terra. Ci è stata offerta la pace in cambio di quella maledetta montagna. Ma non accetteremo mai una tale pace. Abbiamo bisogno di quella montagna. Quella inutile montagna…".

Il fatto stesso della storia nazionale e l'estensione del territorio nazionale sono pienamente equiparabili ai più importanti parametri utilitaristici, tecnologici ed economici. Inoltre, per la maggior parte delle nazioni, tali fattori hanno un valore ancora maggiore: quello della vita stessa.

La rivoluzione conservatrice: l'ultimo imperativo

"Modernizzazione senza occidentalizzazione" dovrebbe diventare lo slogan principale di un "nuovo corso" che dovrebbe unire le migliori forze dei campi "conservatore" e "riformista". Questa nuova piattaforma, se accuratamente sviluppata e rigorosamente innestata nella coscienza delle masse, potrebbe immediatamente ripulire una serie di macchie scure nella nostra vita politica ed economica. Parallelamente, diventerà evidente la natura sovversiva degli attivisti di quelle forze che negano la necessità delle riforme (gli apologeti della nostalgia e della stagnazione) o negano la necessità di sottomettere le riforme all'imperativo nazionale, geopolitico, civile e culturale (gli agenti dell'influenza occidentale). Per tale ragione, nella situazione critica in cui ci troviamo, entrambi i gruppi dovrebbero essere cacciati dall'establishment politico e l'iniziativa ideologica, economica e concettuale centrale dovrebbe essere delegata al nuovo fronte costituitosi dei "rivoluzionario-conservatori".

Traduzione di Donato Mancuso

Capitolo 7 del volume Russkaja Veshh' (La cosa russa), Vol. 1, Arktogeja, Mosca 2001.