Panafricanismo in movimento

21.09.2021
DALLE ORIGINI ALLA RESISTENZA AFRICANA NEL XXI SECOLO (PARTE 2)

INTRODUZIONE

Nel precedente articolo (https://www.geopolitica.ru/it/article/il-panafricanismo-dalle-origini-alla-resistenza-africana-nel-xxi-secolo) riguardante il panafricanismo, abbiamo affrontato temi come il desiderio di unità nell'era precoloniale dell'Africa, la definizione etimologica e storica del panafricanismo, il desiderio di creare uno spazio federale in un mondo multipolare, la resistenza nelle Americhe, il garveyismo, l'indipendenza dei paesi africani, e l'Organizzazione per l'Unità Africana. Dalla creazione di quest'ultima, la lotta panafricana non è mai cessata. Siamo passati dalla denuncia del colonialismo e del neocolonialismo, alla volontà dei giovani africani, alla piena sovranità di fronte alle nuove forze coloniali rappresentate dal globalismo.

PANAFRICANISMO NEL XXI SECOLO : DA GHEDDAFI ALLA RESISTENZA AFRICANA CITTADINA

Durante la sua esistenza, l’OUA (Organizzazione per l’Unità Africana) non è stata in grado di risolvere il più delle volte i problemi interni del continente africano e questo fallimento ha portato allo scioglimento dell’organizzazione, e alla creazione dell’Unione Africana (formalizzata il 9 luglio 2002).
Ma sebbene quest’ultima si sia presentata come una struttura panafricana, in realtà è solo una sorta di “Unione Europea 2.0”, una struttura impregnata di neoliberalismo sul campo economico e sociale, che segue quindi l’agenda del globalismo ed è finanziata da forze esogene (Unione Europea, Stati Uniti, tra gli altri).
Bisogna chiedersi: come si può parlare di sviluppo – o peggio ancora – di panafricanismo se quelli che ti finanziano sono gli stessi che ti paralizzano?
L’Unione Africana è oggi in uno stato di asfissia, paralisi, sopore e dipendente dagli altri. Potremmo quindi definire – per usare un neologismo usato da Kemi Seba nel suo libro Black Nihilism pubblicato nel 2014 – questa struttura non è panafricanista, ma ''para-fricanista''”. Se il panafricanismo rappresenta il pensiero di liberazione e di unità per il continente africano, acclamato dalle masse popolari, il para-fricanismo è, secondo Seba, una pseudo-griglia di lettura dell’unità africana, che consiste nel vedere il continente africano secondo la lente eurocentrica ed elitaria. Perché una simile affermazione? Perché se l’africanismo rappresenta lo studio di tutto ciò che riguarda l’Africa, quest’ultimo è quasi sempre svolto in una prospettiva eurocentrata, non africana. In ambito politico-economico, l’UA segue quindi il modello dell’Unione Europea. L’Unione Africana, nelle sue numerose lacune, non è stata quindi in grado di risolvere i problemi più fondamentali del continente africano.

Eppure un uomo come Muammar Gheddafi (1942-2011) ha capito questi problemi vedendo l’UA come obsoleta e incapace di risolvere i problemi politici, economici e sociali dell’Africa.

Per questo ha deciso, durante la sua presidenza dell’UA nel 2009, di riproporre la questione degli Stati Uniti d’Africa, unificati da un unico governo, un’unica moneta sovrana, un passaporto africano comune e un unico esercito panafricano . Gheddafi riteneva, come i suoi predecessori, che solo un’Africa veramente unita potrebbe essere in grado di superare tutti i problemi che deve affrontare come: la mancanza di sovranità monetaria di 14 nazioni africane, la debolezza degli eserciti nazionali incapaci di fronte ad fondamentalismo islamico, l’impossibilità per gli africani di certe regioni continentali di trasferirsi in altre, e il basso tasso di scambi tra le nazioni africane, perché troppo dipendenti da potenze straniere. All’inizio del XXI secolo, queste sono le domande a cui Gheddafi si era rivolto molto quando era in vita. Ha iniziato a Lomé (Togo) nel 2000 quando ha iniziato a proporre l’iniziativa degli Stati Uniti d’Africa, poi a Conakry (Guinea) nel 2007 e poi ad Addis Abeba (Etiopia) all’interno dell’Unione Africana. L’iniziativa di un’Africa federale è stata ben accolta e condivisa da diversi capi di Stato del continente, con la sola eccezione del Sudafrica e della Nigeria che all’epoca erano meno interessati.

Gheddafi ha lavorato al progetto del dinaro d’oro, sperando nell’istituzione di una moneta unica continentale che avrebbe dovuto essere ancorata, principalmente all’oro, ma anche alle varie risorse minerarie del continente africano. La Libia era riuscita ad accumulare una grande quantità di oro grazie ai proventi del petrolio e con questo oro voleva liberarsi dal dominio imperialista occidentale sul suo territorio. Questa dinamica avrebbe potuto consentire un decollo economico in Africa e avrebbe garantito la sovranità di tutte queste nazioni africane tenute in ostaggio dal colonialismo economico. Allo stesso tempo, Gheddafi credeva che l’Africa dovesse avere un Fondo monetario africano e una Banca centrale africana per garantire lo status del futuro dinaro d’oro.
Un altro grande problema per cui ha combattuto è stata la creazione di un passaporto africano. Dovreste sapere che attualmente, gli africani nella zona ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) non possono muoversi liberamente verso i paesi della zona CEMAC (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale) . Un unico passaporto africano avrebbe potuto sradicare per sempre questo problema e rendere realtà la libera circolazione, un progetto che all’epoca sognava Nkrumah.

Gheddafi era determinato nelle sue azioni, ma i suoi piani rappresentavano un grande pericolo per le potenze esogene che vedevano in tutto questo la distruzione dei loro interessi in Africa. Per questo le stesse potenze imperialiste (Francia, Unione Europea, Regno Unito, Stati Uniti attraverso la NATO) hanno orchestrato l’assassinio di Gheddafi, morto il 20 ottobre 2011. Gheddafi ha rappresentato l’ultima speranza del processo di unità continentale avviato dai patriarchi del panafricanismo. La sua morte è stata dunque una tragedia, perché ha rappresentato l’ultimo baluardo della solidarietà, dell’equilibrio e della stabilità africana nel Mar Mediterraneo, questo mare che da qualche anno è diventato un cimitero a cielo aperto, che vede un’immigrazione di talassica, d’indigenti e demuniti africani che fuggono il malgoverno africano e il sistematico saccheggio di materie prime africane da parte delle multinazionali occidentali.Per quanto possa essere discutibile Gheddafi sotto alcuni aspetti, la sua morte è stata un disastro.

Eppure il suo assassinio non ha mai scoraggiato l’indomita gioventù africana che cercava la sua integrale sovranità. C’è oggi una nuova generazione panafricana, in Africa e nella diaspora, matura su tante questioni che hanno compreso il pericolo che incombe sul continente.

Il panafricanismo ha subito diverse fasi di cambiamento dalla sua genesi: la resistenza contro la schiavitù nelle Americhe (il famoso marronaggio), la lotta contro il colonialismo alla fine della seconda guerra detta ”mondiale”, la resistenza al neocolonialismo dal 1960 fino al raggiungimento dell’ultima fase rappresentata dal globalismo neoliberale generalizzato di oggi. Un globalismo che soffoca il continente africano ma, in realtà, quando viene analizzato è una metastasi che danneggia l’intera umanità.

Nel secolo scorso, il colono capitalista Toubab è andato in Africa e ha sfruttato i territori che ha incontrato sulla sua strada (spesso con il lassismo e la complicità delle autorità locali che ha incontrato).

Oggi, il colonialista moderno ha capito che per mantenere la sua supremazia deve portare le ONG “talassocratiche” apolidi in Africa che seguono un’agenda ultra-globalista al fine di introdurle nelle società tradizionaliste africane ultramillennarie (impregnate nella Tradizione primordiale), per cooptare la radicata società civile autoctona e convincerla che la modernità occidentale (che non è altro che l’illustrazione di un concetto metafisico induista sviluppato da Réné Guénon, concetto conosciuto sotto il nome di ”kali yuga”, vale a dire l’età oscura del disordine, del materialismo, dell’individualismo, dell’anti-Messia) sia la loro salvezza, e che tutto ciò che sia affiliato ai loro valori tradizionali sia nichilista (nichilista per chi?) dev’essere sconfitto o demonizzato. In breve, che l’El Dorado sia l’Occidente.

È quindi qui che entra in gioco la lotta tra civiltà tellurocratiche (le civiltà multipolari della Terra, Tradizione, Identità, sovranità) contro le civiltà talassocratiche (le civiltà imperialiste che si sono costruite grazie allo sfruttamento marittimo, al globalismo, al neoliberismo, all’unipolarismo, il modernismo e capitalismo deregolamentato).
È in questa dicotomia che i giovani africani si trovano oggi di fronte a nuove forze esogene di dominio. Di conseguenza, queste ONG mondialiste che entrano in Africa, che non sono state plebiscitate da nessuno, rappresentano un pericolo per l’Africa. Kwame Nkrumah nel suo libro ”Neo-colonialismo: l’ultimo stadio dell’imperialismo” ha parlato del neocolonialismo come dell’ultimo stadio dell’imperialismo. Dirò che oggi il vero nemico è il globalismo (da non confondere con la globalizzazione).

Per questo esistono oggi movimenti di resistenza africani come Urgences Panafricanistes che hanno deciso di combattere e resistere di fronte ai nuovi pericoli dell’Africa.

IL FRONT ANTI-CFA, URGENCES PANAFRICANISTES E LE MOBILITAZIONI INTERAFRICANE

Il franco CFA è una valuta di eredità coloniale francese, stampata dalla Banca francese e affiliata all’euro, che paralizza l’economia africana locale e priva quattordici nazioni africane del loro diritto inalienabile ed inderogabile alla sovranità monetaria.

Il franco CFA rappresenta l’ultimo vestigio del neocolonialismo francese, del neoliberismo e rappresenta il simbolo della finanza apolide che, con la sua imposizione nel 1945, distrusse il destino economico (ma anche politico) della Zone Franc in Africa.

Tra il 2016 e il 2017, Urgences Panafricanistes, che dirigo in Italia, ha organizzato mobilitazioni simultanee in tutto il continente e nella diaspora africana nel mondo contro il neocolonialismo, che hanno avuto eco a livello globale.
Urgences Panafricanistes (URPANAF) è una ONG internazionale africana, fondata nel 2015 e presieduta dall’attivista anticolonialista Kemi Seba (figura di spicco della resistenza africana nel XXI secolo). Panafricanista e ideologicamente sovranista, Urgences Panafricanistes ha fondato un anno dopo la sua nascita il Front Anti-Cfa (Fronte Anti-Colonialismo Francese in Africa), una rete che riunisce più di 130 organizzazioni panafricane contro la Françafrique (neocolonialismo monetario, militarie e politico). Il Front Anti-CFA è diventato promotore e attore della questione della sovranità monetaria. Il 19 agosto 2017, data in cui è stata organizzata una grande mobilitazione internazionale e in cui l’attivista Kemi Seba ha bruciato – non come atto di vandalismo ma come atto simbolico e di protesta pacifica – una banconota da 5.000 franchi CFA, che dichiarando alla fine della mobilitazione:”Nel 21° secolo, normalmente, ogni popolo ha il diritto di possedere la propria moneta e di decidere il proprio futuro politico. Ma nessun futuro può essere deciso senza dominare la sua economia. Abbiamo forze esogene, in questo caso la Banque de France, che ha il diritto di dire se è d’accordo o meno con le decisioni che prendiamo. Dimostra che abbiamo una valuta obsoleta, che è una valuta di schiavitù, di sottomissione. Il simbolo cercato bruciando questa nota, anche se non siamo ricchi, vuole essere quello di dire che è meglio vivere la libertà nell’incertezza che la schiavitù nella gioia e nell’opulenza.”

Per questo gesto è stato arrestato in Senegal e rilasciato (ed espulso verso la Francia dopo una settimana) dopo pochi giorni a seguito di massicce mobilitazioni della società civile senegalese e africana del continente, che ne chiedevano la liberazione.

Le mobilitazioni anticoloniali hanno suscitato un’eco mondiale. Si tratta delle mobilitazioni pacifiche e anticolonialiste che hanno costretto la Francia a rivedere la questione monetaria africana e, un anno dopo, è stato annunciato un progetto per una nuova moneta unica, l’ECO. Una moneta che non è ancora in vigore, ma che dovrebbe essere implementata nei paesi della Zone Franc dell’Africa occidentale, (compresi i paesi anglofoni Nigeria e Ghana) di questa regione. Ma il sistema di questa futura moneta è criticato dalla società civile africana per alcuni criteri che non sono stati eliminati, come l’appartenenza permanente all’euro. È anche criticato dal governo ghanese di Nana Akuffo-Addo e Muhammadu Buhari che si sono opposti all’affiliazione all’euro, chiedendo che gli africani debbano gestire la loro nuova valuta. Una maturità della situazione, di cui, umilmente, il merito va al Front Anti CFA.

C’E’ QUALCHE SPERANZA PER IL PANAFRICANISMO?

C’è speranza per la causa panafricana, sul campo sociale e popolare. Perché c’è una consapevolezza generazionale mai vista prima. La voglia di unità, la costruzione di uno Stato federale panafricano, la critica alle basi militari occidentali e alle multinazionali straniere in terra africana, la voglia di sovranità, ma soprattutto la critica al malgoverno e alla corruzione interna. Tutti questi fattori, contrariamente alla caricatura mediatica di un’Africa passiva e silenziosa, dovrebbero farci pensare positivamente. Una nuova generazione africana e afro-discendente è nata. Il risultato sarà visibile tra qualche anno.