Riguardo il tramonto del mondo occidentale

22.09.2020
Le elezioni presidenziali statunitensi si vedono meglio attraverso il prisma della crisi della leadership mondiale degli Stati Uniti e del capitalismo liberale globale in quanto tale. La rivalità Trump-Biden è, forse, lo scontro più perfettamente personalizzato di due percorsi geopolitici ed economici degli Stati Uniti e, più in generale, dell'intero mondo occidentale. L'ultima volta che abbiamo avuto una distinzione così netta è stato nel 1960, quando John F. Kennedy vinse (in modo molto controverso) con Richard Nixon.
 
Certamente, i modi di fare politica e la sua immagine esterna sono cambiate da allora. Altri contenuti vengono utilizzati anche per attirare l'attenzione del pubblico occidentale. Tuttavia, la regola generale rimane quasi la stessa: il settore militare-industriale americano (concentrato sul rafforzamento del mercato interno e sulla ricostruzione dell'America come uno Stato forte) guadagnerà/manterrà un vantaggio temporaneo o prevarrà la visione dell'espansione finanziaria globale con gli Stati Uniti come guardiani degli interessi della finanza internazionale? L'unico paradosso è che i principali partiti si sono scambiati di posto negli ultimi 60 anni e oggi spetta ai repubblicani lottare per il dollaro come valuta nazionale, mentre i democratici custodiscono gli assegni della Fed come una soluzione globale e uno strumento per accumulare debito globale.
 

Aggressione o Incorporazione?

 
È questa fondamentale distinzione economica che determina anche le agende politiche di entrambi i candidati. Per il capitalismo di tipo industriale, rappresentato da Donald Trump, la Cina resta il principale concorrente, che (traendo conclusioni dalla Storia) è sfuggito alla possibile trappola valutaria e del debito imposta dagli Stati Uniti (che si sono dimostrati così efficaci contro il Giappone nel 1985). A loro volta, i grandi finanzieri, che attualmente collegano le loro speranze a Joe Biden, vedono in Cina al massimo la fase successiva nell'evoluzione del capitalismo globale e forse anche un candidato per il ruolo di sostituzione degli Stati Uniti in un processo in cui Regno Unito e Paesi Bassi erano in precedenza centri finanziari mondiali.
 
Di conseguenza, D. Trump vuole distruggere tutto ciò che gli impedisce di attuare il programma di isolamento e sconfiggere la Cina, mentre i Democratici vedono il futuro delle relazioni USA-Cina come incorporazione, senza decidere chi vincerà e assumendo che comunque è il settore finanziario (come in un casinò) che vince sempre. L'eccesso di aggressività americana, in particolare la necessità di giustificare la spesa militare da record - questa parte dell'establishment americano preferirebbe concentrarsi su direzioni meno importanti, come la Russia e l'Europa centrale, che è in linea con la priorità di espandere il regno della cosiddetta democrazia liberale, che è co-importante per questa parte delle élite occidentali e che accompagna inevitabilmente i contenuti culturali e di civiltà, che devono sfociare nella costruzione di un uomo nuovo e di una società globale. Certamente, sotto l'autorità di un governo mondiale.
 

Secondo mandato in carica: il periodo migliore per le guerre

 
Nella rivalità di queste due visioni, tuttavia, non dobbiamo ignorare i punti di tangente e quelli comuni ad entrambi i candidati. Un tale elemento di costanza nella politica americana è la posizione incrollabile di Israele, a conferma del fatto che il secondo Stato, oltre alla Palestina, occupato dai sionisti è proprio gli Stati Uniti. Naturalmente, ci sono alcune differenze: Donald Trump è un tipico neofita troppo zelante che cerca il pieno sostegno dell'influente lobby sionista, da qui la preferenza dell'attuale presidente per soluzioni di forza primitiva, come costringere Stati più piccoli e dipendenti a spostare le loro ambasciate a Gerusalemme (come abbiamo visto recentemente nell'esempio della Serbia). D. Trump sente di dover ancora dimostrare il suo status promesso di “il più grande amico di Israele”, e questo si traduce in mosse nervose ed aggressive (come il memorabile omicidio del generale Soleimani nel gennaio 2020).
 
Va anche tenuto presente che durante il suo eventuale secondo mandato in carica, D. Trump non sarà più vincolato dal suo impegno informale a una politica estorsiva, ma comunque senza guerra. Non si può quindi escludere che la sua possibile rielezione presidenziale comporterà un conflitto in piena regola - quasi certamente nel Medio e molto probabilmente anche nell’Estremo, Oriente. Gli americani hanno abbandonato anche la Siria per permettere a Trump di vantarsi di non aver iniziato nessuna nuova guerra e quindi di essere rieletto. Tuttavia, se lo capisce, è come un fucile appeso al palco durante uno spettacolo teatrale: dovrà solo sparare esattamente nell'ultimo atto.
 
 A differenza del candidato repubblicano, quello democratico continuerà piuttosto la politica di espansione morbida, rivoluzioni colorate in cui i democratici liberali assecondano così coraggiosamente George Soros. In effetti, dal punto di vista dell'Iran, ad esempio, l'intera differenza si riduce al fatto se sarà bombardati da razzi israeliani sotto la copertura di caccia e portaerei americani, o se folle di giovani pilotati da Internet e guidati da liberali agitatori appariranno per le strade delle sue città...
 

Gli ultimissimi giorni

 
In effetti, abbiamo a che fare con gli ultimi giorni del capitalismo aziendale e della democrazia liberale. Ed entrambi questi stadi della degenerazione umana passeranno alla fase successiva del governo mondiale e all'eliminazione degli Stati come livello ridondante di gestione indiretta sia dell'economia che della coscienza sociale oppure il degenerato sistema occidentale crollerà sotto il peso di contraddizioni, compresa una crisi economica, che non può essere allontanata per sempre.
 
Naturalmente, la risposta alla domanda su cosa accadrà, quale futuro ci attende non l’avremo il 3 novembre 2020, durante la notte delle elezioni americane. Certamente, tuttavia, entro la mattina del giorno successivo, saremo più vicini a indovinare quale guerra ci aspetta per prima: con l'Iran e la Cina o con la Russia. Perché questo è, più o meno, l'intero senso della scelta tra Trump e Biden.
 
 
 
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Articolo originale di Konrad Rękas:
Traduzione di Costantino Ceoldo